Caro Libero,
siamo qui oggi per conoscere e applaudire i ragazzi delle scuole che
hanno vinto la V edizione del Premio
che Solidaria ha voluto dedicarti.
Siamo certi che saresti felice di essere qui con noi perché innamorato
della vita e pieno di fiducia e di
speranza nel futuro. Quindi, il tuo posto oggi sarebbe qui accanto a
questi ragazzi che rappresentano sì il
futuro, ma, non dimentichiamolo, sono anche il presente della nostra
società.
Pertanto, siamo certi di condividere con te - uomo dal pensiero tanto
profondo quanto scomodo - il monito
per tutti a non pensare di relegare i giovani e i problemi che essi
pongono con forza alla nostra società in un
futuro di là da venire, perché i giovani ci sono e giudicano i nostri
comportamenti già da oggi.
È tempo di darti conto dello stato delle cose e fare il punto del
lavoro fin qui svolto. Te ne parlerò
con sobrietà, con quella pacatezza che è stato il segno distintivo del
tuo modo di porti e di proporti, fin da
quella coraggiosa lettera del gennaio del 1991 con la quale comunicavi
a quello che si faceva chiamare
geometra Anzalone che non avresti mai ceduto al suo ricatto, usando un
linguaggio a tratti gentile ma anche
tanto fermo da non lasciare margini per possibili ripensamenti.
Una lettera al "caro estortore" dai toni "non gridati" perché voleva
dare il segno della tua serenità e della
"normalità" della tua posizione, dalla quale non potevi deflettere
perché era "naturale" per un uomo come te
- Libero di nome e di fatto - che pretendeva di vivere in un consesso
civile. Altri, che avevano posizioni
pavide e conniventi, erano "anormali" portatori di comportamenti
"innaturali"; quelli che giravano il viso
dall'altra parte per non vedere e non sentire, e quelli che vedevano te
e ti apostrofavano subdolamente come
l'incomodo destabilizzante di un ordine sociale, in realtà
profondamente ingiusto e a forte densità criminale.
Ti ricordo ancora ospite della trasmissione televisiva "Samarcanda".
Anche in quella circostanza, con la
stessa pacatezza ma con altrettanta fermezza, esprimevi le tue
considerazioni sul "primato del consenso"
affermando, con grande capacità di sintesi e lucidità, che la qualità
delle leggi non può che essere
direttamente correlato alla qualità del consenso politico. Inserendo
così nel dibattito, in tempi di negazione
della complessità del fenomeno mafioso, il tema decisivo del rapporto
tra mafie e società e tra mafie, politica
ed istituzioni.
Mi è indelebile ancora il tuo ricordo in un altro studio televisivo
dove con la stessa pacata lucidità dichiaravi
significativamente non solo un'antimafia di principio, ma un'antimafia
che affondava le radici dei suoi sensi
nel tuo lavoro d'imprenditore, per il quale rivendicavi il tuo diritto
alla libertà d'intrapresa nella gestione della
tua azienda.
Ancora una volta, caro Libero, con la forza delle idee
dei "fuori dal coro" indicavi all'attenzione del Paese il
tema costituzionale della democrazia economica e della responsabilità
sociale dell'impresa.
Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti e, purtroppo, molto
sangue doveva ancora essere
versato, dopo quel tragico 29 agosto del 1991, prima che cominciasse a
cambiare qualcosa.
In particolare, nella lotta contro il racket ci sono stati di recente
positivi cambiamenti. Oggi un imprenditore
che denuncia trova ben altra attenzione sia da parte delle Istituzioni
che da parte della società, rispetto a
quanto da te vissuto.
La capacità d'intervento dell'Autorità Giudiziaria è ben altra come
dimostrano i risultati importanti conseguiti
soprattutto negli ultimi anni. Lo Stato si è dotato di leggi di
sostegno alle vittime. Sono cambiate
profondamente anche le associazioni di categoria. È cresciuto il
radicamento delle associazioni antiracket.
Non voglio dirti, caro Libero, che tutto vada bene,
anzi c'è tantissimo da fare ancora. Soprattutto
occorre dare continuità ed omogeneità all'azione della società e delle
Istituzioni contro il racket e gli altri
fenomeni criminali che, oltre agli incalcolabili prezzi umani che
determinano, minano alla base lo sviluppo
socio-economico di vaste aree del Paese, ormai ben oltre i tradizionali
confini del Mezzogiorno d'Italia.
E tuttavia, sarebbe profondamente ingiusto e ingeneroso non rilevare
che oggi il clima è certamente
cambiato, grazie alla determinazione di uomini come te che hanno pagato
con la vita il loro straordinario
impegno in tutti i campi - economico, sociale, istituzionale -, e a
tanti altri che modestamente hanno provato
a continuare nel solco del vostro esempio.
Oggi, grazie anche ai risultati del lavoro investigativo della
Magistratura e delle Forze dell'Ordine, non vi è
più nessuno che in buona fede possa affermare, per esempio, che in
Sicilia a pagare il pizzo sono soltanto il
5-10% delle attività economiche, così come ancora pochi anni fa
qualcuno, con importanti incarichi
istituzionali, voleva fare credere.
Un altro cambiamento, verificato soprattutto negli ultimi anni,
riguarda la constatazione della
diffusione di un ampio dibattito attorno ai temi della cultura della
legalità. Fatto sicuramente positivo, ma
che va seguito con la massima attenzione perché a volte l'impressione è
che tutti, proprio tutti parlano di
legalità, talvolta anche quelli che, forse, non avrebbero le cosiddette
"carte in regola" per parlarne con titoli
di conoscenza e di coerenza.
Ne parlano perfino quelli già condannati per corruzione, per
favoreggiamento, per associazione mafiosa.
Così tutti parlano di legalità, tutti investono sulla legalità, tutti
promuovono la legalità, tutti invitano a vivere
nella legalità. Ma non sappiamo come, caro Libero, di
legalità continua a vedersene sempre ben poca.
Passiamo così da un'infiltrazione mafiosa all'altra, da una corruzione
all'altra, da un scandalo all'altro. Sanità,
rifiuti, appalti pubblici, brogli elettorali. Non ci fanno mancare
proprio niente.
In questo quadro a corrente alternata, nel quale non vanno negate le luci ma vanno rilevate pure le ombre, noi proviamo a fare quel che possiamo, avendo ben chiari limiti, difficoltà e situazione delle forze in campo e, quindi, senza farci facili illusioni. Non abbiamo altro obiettivo che quello di mettere in campo il nostro impegno civile. Un contributo di passione e di idee che ci fa guardare al quadro complessivo delle questioni di sofferenza della società italiana, all'interno del quale resta comunque prioritaria la lotta contro i fenomeni criminali e mafiosi.
Ecco perché abbiamo voluto che il Premio Libero Grassi non si
occupasse soltanto di racket, e
vogliamo continuare ad utilizzare questa manifestazione per far
riflettere su altre questioni che
meriterebbero, a nostro giudizio, ben altra attenzione e un più diffuso
allarme sociale.
E così, dopo esserci occupati di racket e usura, caro Libero,
questa volta abbiamo voluto porre l'attenzione
su altri gravi problemi del nostro paese come quello delle morti
bianche, della devastazione dell'ambiente e
della lotta contro tutte le mafie.
Queste problematiche hanno, secondo noi, un comune denominatore.
L'insufficiente controllo del territorio
da parte dello Stato, che va esaminato con rigore nella sua
complessità, non nascondendo le positive
consapevolezze e progressi organizzativi, ma anche stigmatizzando
ritardi e inadempienze operative e
culturali.
Tuttavia, desideriamo declinare il termine "Stato" nell'accezione più
ampia che certamente comprende
l'insostituibile azione istituzionale, sul piano repressivo e
preventivo, ma considera altrettanto decisiva
l'azione di tutte le Forze sociali e culturali sul territorio, da
quelle politiche a quelle imprenditoriali e
sindacali, a quelle associative del volontariato e della promozione
sociale.
É illusorio ritenere di poter combattere le grandi questioni soltanto
sul piano repressivo, combatterli soltanto
sul piano legislativo è pura demagogia. Eppure, sembra che nel nostro
paese tutti pensino che i problemi si
risolvano sempre con nuove leggi, sovrapponendo norme su norme, a volte
contrastanti tra loro, spesso
incomprensibili ai più, mentre invece ben pochi si preoccupano della
loro concreta attuazione e, soprattutto,
di dare i mezzi necessari a chi deve assicurare la loro applicazione.
E così, caro Libero, che il nostro paese continua ad essere attraversato da tir che trasportano rifiuti tossici che non vede nessuno, che poi arrivano in discariche abusive che non conosce nessuno. E dove si costruiscono palazzi abusivi che non vede nessuno, se non quando scivolano a valle per una frana o quando si sgretolano per un modesto terremoto. (Anche se, a dire il vero, anche le costruzioni pubbliche cadono come se fossero di cartapesta, nonostante siano costate ai contribuenti onesti cifre astronomiche). Un paese dove le mafie continuano a poter contare su un fatturato gigantesco, che investono anche in attività legali così da incrementare la loro capacità di condizionamento del nostro vivere civile. Un paese, il nostro, nel quale si continua a morire di lavoro, nelle fabbriche e nei cantieri. 1.200 ancora le morti bianche lo scorso anno.
Ecco, caro Libero, perché per noi promuovere la cultura della legalità vuol dire affrontare concretamente i problemi relativi all'inaccettabile presenza del crimine organizzato, così profondamente innervato in tutti i gangli della nostra società, ma senza dimenticare di dover costantemente promuovere i valori della cittadinanza attiva e della partecipazione. Noi col nostro modesto lavoro proviamo a dare un contributo perché questi valori diventino i valori di tutti. Un modesto contributo perché non sia reso vano il sacrificio di chi, come te, è stato disposto a pagare il prezzo della sua vita per la libertà.
Nel tuo nome, in questi anni, abbiamo coinvolto tanti giovani,
facendo leva sulla loro voglia di
protagonismo, affrontando con loro diverse tematiche e proponendo l'uso
di strumenti diversi di
comunicazione.
Dai manifesti antiracket agli spot antiracket e antiusura, passando per
il libro "Lettere al caro estortore", in
questi cinque anni hanno partecipato al premio Libero Grassi alcune
centinaia di scuole e migliaia di alunni
realizzando prodotti che a noi sono sembrati tutti particolarmente
significativi, anche quelli che poi non è
stato possibile premiare, che ci dimostrano di essere riusciti
nell'intento di costruire momenti di riflessione e
di analisi collettive.
Vogliamo sperare, caro Libero, che il lavoro che abbiamo
voluto dedicarti sia da te condiviso e,
possibilmente, apprezzato.
Da domani si riparte per costruire la nuova edizione del Premio, con
l'impegno di sempre e con lo stesso
entusiasmo, auspicandoci una sempre maggiore partecipazione e,
soprattutto, sperando che questo nostro
lavoro possa essere d'aiuto alle nuove generazioni perché sappiano
sentire - come diceva Paolo Borsellino -
"il fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del
compromesso morale, dell'indifferenza, della
contiguità e quindi della complicità".
Ciao Libero, alla prossima.
Salvatore Cernigliaro
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S. Cernigliaro
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